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Haiku: cosa sono

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Ci sono piccolissime cose nella vita che possono affascinare, una di queste è l’Haiku.


Cos'è un haiku?

Con il termine
haiku si intende un componimento breve di 5-7-5 sillabe privo di titolo, fiorito anticamente in Giappone.

Non è una poesia vera e propria, non è un un aforisma, non è un detto. È solo un semplice gioiello che raccoglie in 17 sillabe un’emozione. È un componimento dell’anima, dove tante parole non servono, agisce la delicata e quasi insostenibile leggerezza di una carezza. È raffinata l’emozione di un Haiku, come è raffinata la semplicità.

L’arte dell’Haiku è nata in Giappone, ed è fiorita nel XVII – XVIII secolo, dove tanti samurai, dotati di coraggio e determinazione, non solo in guerra, manifestavano la loro grandezza e il loro più alto prestigio nella solitudine della meditazione e nel comporre haiku alla corte dell’Imperatore. Alcuni di loro come Matsuo Basho (1644 – 1694) abbandonarono la vita da samurai dedicandosi completamente alla letteratura.

In questa forma poetica si riflettono tipicamente l'amore della cultura nipponica per il minimalismo e per le cose asciutte e compatte (scrive, infatti, Sei Shonagon: "in verità, tutte le cose piccole sono belle"). Negli haikai il poeta diviene solo uno strumento e l'oggetto che anima il componimento diviene soggetto.

Secondo Barthes lo haiku non descrive, ma si limita ad immortalare un'apparizione, a fotografare un attimo ed è per questo che tra le sue peculiari caratteristiche troviamo la brevità, la leggerezza e l'apparente assenza di emozioni secondo i canoni del buddhismo zen. L'unico elemento che presagisce al sentimento che pervade un haiku è il kigo, una parola che per metonimia indica la stagione a cui si riferisce la poesia e che ci fa immergere, almeno in parte, nell'atmosfera descritta nei versi.

Come l'alternarsi delle stagioni, anche queste brevi poesie annoverano temi contrastanti fra loro come il mistero (yugen), la povertà (wabi), l'instabilità (aware) e l'isolamento (sabi).


Le stagioni giapponesi

Prima dell'adozione del calendario solare avvenuta nel 1873 in Giappone le stagioni avevano il seguente corso:

Haru Primavera : comprendeva i mesi di febbraio, marzo e aprile

Natsu Estate : comprendeva i mesi di maggio, giugno, luglio

Aki Autunno : comprendeva i mesi di agosto, settembre, ottobre

Fuyu Inverno comprendeva i mesi di novembre, dicembre, gennaio

Shinnen Capodanno : cadeva all'inizio di febbraio ed era associato all'inizio della Primavera

Tenetene conto, soprattutto per stabilire la corretta collocazione temporale di alcuni haiku proposti.


Conteggio delle sillabe


Il conteggio delle sillabe in giapponese corrisponde al numero degli onji (segni grafici dell’alfabeto giapponese). La "n" costituisce un onji a se stante, mentre a noi potrebbe sembrare chiusura di sillaba. Non esistono dittonghi, quindi vocali vicine si considerano come singoli onji; le vocali lunghe equivalgono a due onji.

Un haiku è quindi costituito metricamente da 17 onji.


Un po' di storia

Già nell'VIII sec. d. c. fioriscono poesie brevi denominate
tanka composti di 5-7-5-7-7 detti anche waka, ossia per antonomasia "poesia giapponese", a sottolineare quanto i nipponici si identificassero in questo genere.

Nel IX sec. questa forma letteraria ha un'ampia diffusione e riconoscimento anche fra le classi alte e vengono instituite delle vere e propri gare di poesia (uta-awase).

Un secolo più tardi lo haiku si sviluppa come dialogo in cui un poeta compone la prima strofa (kami-no-ku), mentre l'interlocutore completa la seconda (shimo-no-ku),fino a coinvolgere sempre più partecipanti e divenire una vera e propria poesia a catena (kusari-renga).

In quest'ultima forma comincia a delinearsi l'importanza che assumerà il primo emistichio della poesia, poichè esso viene di norma affidato al poeta più abile.

Intanto, da appannaggio delle classi più abbienti, gli haikai si diffondono anche tra i ceti più bassi arricchendosi di nuovi contenuti talora triviali e volgari.


Autori

Il maggior esponente di questa forma poetica è senza dubbio
Jinshiro Munefusa Matsuo, detto Basho (1644-1694), figlio di samurai e venerato in Giappone come un santo. Lo pseudonimo Basho, che significa banano, deriva dal nome della pianta che troneggiava nel mezzo del suo giardino. Basho, in seguito all'incendio della città di Edo (attuale Tokyo) in cui andò distrutta anche la sua casa, cominciò un periodo di peregrinazioni che costituirono materia per i suoi componimenti.

Dopo Basho, la poesia haiku subisce un lento declino fino all'Ottocento, periodo in cui si fa avanti una nuova personalità,
Masaoka Shiki (1867-1902), il quale coniò per la prima volta il termine haiku. Anche Shiki è uno pseudonimo e si riferisce ad un uccello che la tradizione nipponica vuole che canti fino a perdere sangue dalla bocca. Il poeta, infatti, era malato di tubercolosi e la "malattia" rientra fra i temi principali della sua produzione poetica. Shiki ha il merito di aver riportato in vita questa forma letteraria rompendo, però, con la tradizione e le tematiche dei suoi predecessori come Basho, giudicato ormai obsoleto. In realtà, Shiki si mostra in contrasto con le sue idee avanguardiste, poiché adotta nuovamente la rigida regola delle 5-7-5 sillabe.


Haiku oggi

Tuttora, gli haikai sono molto popolari in Giappone ed intorno a questo genere poetico sono sorte associazioni, circoli, rubriche e concorsi che hanno conquistato anche l'Occidente.

In passato si sono cimentati in questo genere Paul Eluard, Ezra Pound, Jack Kerouac ed in Italia il poeta che più si avvicinò a questa forma poetica è stato Ungaretti.

Recentemente, stanno sorgendo nuove forme di haiku come il "fantaiku", teorizzato nel 1995 da Tom Brinks a soggetto esclusivamente fantascientifico e rigorosamente breve e i "viewaiku", genere che accosta brevi componimenti, talvolta frasi, ad immagini, ormai diffusosi anche come genere per l'infanzia.

Il sistema di trascrizione normalmente utilizzato per gli haikai fa riferimento al metodo Hepburn, nel quale le vocali seguono le regole di pronuncia italiana, mentre le consonanti seguono quella inglese. Il conteggio delle sillabe corrisponde al numero di onji, vale a dire al numero di ideogrammi presenti nell'alfabeto giapponese.

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Questa pagina riporta - in maniera non proprio uguale all' originale - quanto pubblicato molti anni or sono sul web da Laura Daniela Tusa, di cui purtroppo non ho l'indirizzo e-mail. Non avendo alcun modo di contattarla non posso avvertirla dell'utilizzo e chiederne l'autorizzazione. La ringrazio pubblicamente per l'ottimo lavoro e, qualora lo ritenesse, provvederò ad apportare le necessarie modifiche a questa pagina.

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